Troppo

«…e così li abbiamo fottuti tutti!»

Sheila scoppiò a ridere di cuore. Michael le faceva questo effetto.
Coi suoi occhi all’ingiù, quel ragazzo riusciva a tirar su qualunque umore.
Alto, disinvolto, bel sorriso. Poi somigliava a Hugh Grant. Perfetto.

Dopo aver raccontato l’ennesimo aneddoto divertente, Michael bevve un sorso di birra e distolse lo sguardo da Sheila.
Lei continuava a ridere davanti al suo Cosmopolitan, che tanto dava un’atmosfera alla Sex And The City alla serata.

«Ascolta. Ti devo parlare.»

Il viso di Sheila s’incupì.
Una frase tagliente.
“Perché, Hugh? Cosa devi dirmi?”

«Dimmi.»
Calma apparente. Voglia di distruggergli la testa perché lui le stava distruggendo la serata.
Non doveva pronunciare quelle parole. “Ti devo parlare”.

«Scusa, ma devo dirtelo.»
Il sorriso non abbandonava il viso di Michael. Gli occhi all’ingiù guardavano da un’altra parte.
«Sei carina, sei simpatica. Però per me sei troppo… volubile, ecco.»
“Senti chi parla. Un attimo fa mi stavi parlando dei tuoi amici. Ora nemmeno hai le palle di guardarmi in faccia.”
«Volubile?»
«Sì, volubile. Cioè, sei simpaticissima. E anche una tipa sveglia. Ma cambi umore molto spesso, ecco.»
Un sorso di birra. Forse pensava che il boccale gli avrebbe fatto da scudo.

«Ah.»
«Scusa, eh.»
«No, no. Ho capito.»
Un sorso di Cosmopolitan. Uno sguardo rivolto al bancone del bar, distante dagli occhi di Michael. Sex And The City aveva anche delle ombre.

«Bene. Te l’ho detto che sei sveglia! Ahah!»
Ora aveva il viso luminoso di chi si è tolto un peso.
Il viso di Sheila, invece, era oscuro come un film horror malato.
Era l’ennesima volta che le veniva detto. Di essere ‘troppo’.
Troppo chiacchierona.
Troppo silenziosa.
Troppo ridanciana.
Troppo seria.
Troppo impulsiva.
Troppo razionale.
Troppo irascibile.
Troppo calma.
Era sempre troppo. Non era mai della misura giusta.
Troppo volubile per tutti.
Per Pierre, per Lawrence, per Simon, per Justin, per Jonathan.
E ora per Michael.

Forse aveva realmente un carattere orribile. O forse tutti i ragazzi con cui usciva erano degli ottimi ideatori di scuse. Troppo banale il “non mi piaci”, no?

Momento di silenzio.
«Beh, che ne dici? Andiamo?»
«Sì, sono stufa di stare qui.»
Svuotati i bicchieri, uscirono.
Si diressero verso l’auto. La musica del locale si faceva sempre più lontana.
Presto arrivarono al parcheggio. Era vuoto.

«Michael, ti devo parlare anch’io.»
«Dimmi.»
Gli occhi alla Hugh Grant brillavano, anche se il ragazzo un po’ fremeva. Aveva voglia di fumarsi una sigaretta.
Sheila si avvicinò a lui. Lui sorrideva sempre.
Lei lo fissava. Lui, questa volta ricambiava lo sguardo.
Erano vicini. Sentivano uno il respiro dell’altra sulla pelle.
Un bacio?

No.
Dalla tasca dei jeans, Sheila estrasse rapidamente il suo fidato coltellino svizzero.
Glielo conficcò nella gola.
Il sangue sgorgava.
Gli occhi all’ingiù non brillavano più. Spenti, come il cuore di Sheila.

Lei se la sarebbe cavata e l’avrebbe passata liscia, lo sapeva.
L’aveva già fatto.
Carcassa nel baule, ben preparato ad accogliere cadaveri.
Cambio d’abito per stare più comoda.
E pace all’anima di Michael.
Ora doveva riposare insieme a Pierre, Lawrence, Simon, Justin e Jonathan.
Tutti avevano detto troppo.
Tutti erano troppo.
Troppo simpatici.
Troppo boriosi.
Troppo superficiali.
Troppo allegri.
Troppo simili a Hugh Grant.
Troppo e basta.

Merry Jekyll

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