Cuore d’oro

Che ci faccio qui?

Una domanda tanto semplice quanto sciocca.
Sciocca soprattutto se pensata da una come me, una nella mia posizione.
Una posizione piuttosto scomoda devo dire, sia materialmente che metaforicamente.

Il cuscino che tengo sempre sotto il deretano non ha mai reso confortevole questo scranno.
A volte penso che mi sentirei più a mio agio se questo fosse realizzato in pelle umana; altre volte, preferirei un divano.

Ma questo passa in convento. O meglio: a palazzo.

Qui tutti mi ricoprono d’oro, com’è giusto che sia; però l’oro non ti scalda.
L’oro è freddo. Per quanto alla vista sia sfavillante, al tatto è senz’anima.
Non che io ce l’abbia, un’anima. Ma mi fa piacere che ce l’abbiano le persone e le cose che mi stanno attorno.
Sapete, non sempre è bello avere a che fare con l’impassibilità della burocrazia e le fandonie del consigliere di corte.
Dio, quanto lo odio quello!
Lo odio almeno quanto le sue assurde sviolinate sui miei mantelli di velluto.
E non è l’unico qui che mi ricopre di falsi complimenti.

Forse ho sbagliato tutto nella vita: non volevo la freddezza dell’oro.
Ma non era questo ciò che desideravo?
Una corona di diamanti in testa. Sudditi devoti al mio servizio. Banchetti invidiabili in mio onore. Abiti opulenti realizzati da sarti scelti.

Potere.

Eppure è tutto così fermo. Così prevedibile.
Nulla si muove nelle viscere di queste mura. Non hanno mani che fremono o vene che pulsano. Non hanno speranze da cucire sulla tela del futuro.

E io qui non ho un cuore che batte per qualcosa. O per qualcuno.
Questo petto è muto. Se ci poggi una mano sopra, non senti niente.

Si vive davvero non sentendo niente?
L’avidità è l’unica sensazione che provo.
Ho tutto, ma non ne ho abbastanza.
Dicono sia questo l’effetto che fa la gloria.
Ho conquistato territori, favori, uomini… Ma nulla mi è sufficiente.

Ora voglio uno scranno più comodo, ma so che, non appena me lo procureranno, non mi basterà.

Torno a contemplare la mia domanda.
Che ci faccio qui?

Il mio sguardo cade sul mio scettro.
Lo stringo tra le mani. È lucido come una spada appena forgiata.

«Gregor! Vieni subito qui!»
«Sì, vostra Altezza.»
Distolgo lo sguardo dalla mia arma dorata e fisso il mio sottoposto dritto negli occhi.
«Portami subito un oggetto che abbia un’anima.»
«Come dite, Altezza?»
«Non fingere di essere sordo.»
«Perdonatemi, ma temo di non aver compreso la vostra richiesta, Maestà.»
È divertente vedere che suda freddo e deglutisce.
«Gregor, sai cosa succederà se non esaudirai il mio desiderio.»
«Certamente.»

Lo sa benissimo. Ha già perso il suo primogenito per non aver eseguito un mio ordine. Ora trema alla sola idea di perdere la sua piccola. Non sarebbe una grave perdita, visto che in cucina è una gran pasticciona, ma lui, evidentemente, ci è affezionato.

«Perdonate la mia immensa ignoranza, ma che tipo di oggetto può avere un’anima, Altezza?»
«Ottima domanda, Gregor. La stessa che mi stavo ponendo io. Perciò spicciati. Portamelo entro domani.»
«D-domani?»
«Non fingerti sordo di nuovo!»
«Sì, Altezza.»

Lo sento, il suo cuore batte a raffica. Una lacrima gli riga il viso. Si allontana disperato per eseguire un compito impossibile. Potrebbe crollare alla perdita della sua bambina.

Ecco che ci faccio qui.

Merry Jekyll

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