In occasione della Giornata della Memoria, ho pensato di pubblicare questo piccolo racconto. Probabilmente non avrà senso, sarà una delle mie solite elucubrazioni, ma, mentre scrivevo, avevo un obiettivo: provare a immaginare un punto di vista insolito, in grado di andare oltre alla tragedia dei campi di sterminio e che, allo stesso tempo, facesse parte di questo mondo oscuro. A ispirarmi è stata una fonte semplice, oserei dire banale per quanto è nota: la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo”. Forse, però, come recita la poesia stessa tra le righe, non è mai banale rinfrescare la memoria.
Quel canarino giallo non smette di cinguettare. Sembra non badare al suo essere prigioniero, rinchiuso dietro sbarre di ferro in un mondo di umani. Mica come me, che siedo accanto alla sua gabbia. Non vedo gabbie di ferro attorno a me, ma so che di sbarre ne ho tante. A milioni. E sono sbarre di legno marcio. So perfettamente, lettori, che direte che nessuno ha mai visto sbarre di questo tipo. Vi sbagliate. Io le ho viste. I miei sfortunati compagni le hanno viste. Pensate che io le vedo tuttora. E le vedrebbero tuttora anche i miei sfortunati compagni, se solo potessero respirare. Solo, ora vedrebbero le sbarre di legno marcio attorno alla propria mente. Una mente offuscata, che non riesce a formulare frasi di senso compiuto e non osa scrivere dei propri tabù.
A differenza loro, io vivo. E vivo il dramma di essere un sopravvissuto che non ha mai saputo raccontare la sua storia. Ho sempre taciuto. Ho sempre posato la penna. Solo ora che sto con un piede nella fossa per la vecchiaia mi sforzo di reggerla. E che sforzo! Le mie dita sono troppo ossute per questo peso. Non fraintendetemi: so perfettamente di avere qualche chiletto in più, ma io le mie dita le vedo sempre fragili e sottili. Perché erano così quando vidi l’inferno. E tutti, dopo essere sopravvissuti a quel viaggio che fa un baffo a Dante Alighieri, dicono che quello era l’inferno. Per questo mi è sempre parso inutile scrivere la mia esperienza al riguardo: avrei usato le stesse, identiche, spiccicate, noiose parole di altre persone. E io ho sempre tenuto alla mia unicità. Lo diceva anche mio nonno, quando si sfilava dalla bocca il suo sigaro, troppo grosso per le sue labbra sottili: “Distinguersi è importante”. Me lo ricordo bene. E me ne ricordo ora che potrei essere io un nonno. Un nonno, però, che non ha nipoti a cui raccontare la sua storia, perché non la saprebbe raccontare, se non con parole di altri nonni.
Ora scrivo, forse, solo perché provo questo sentimento: desiderio di unicità. Onestamente, penso che mi contraddistingua, perché nessun sopravvissuto all’inferno direbbe questo. Almeno a quanto ne so: dopotutto, non siamo sopravvissuti in molti. All’inferno si impara a non essere nessuno. T’insegnano che non si è nessuno in questo mondo senza bontà. Che per sopravvivere si deve uccidere. Che siamo uomini solo per caso: semplicemente, la natura non ci ha fatto antilopi, orsi polari, coccodrilli o canarini. Potevamo essere benissimo dei maiali lì dentro. Potevamo essere dei conigli. Qualunque cosa. Il fatto che avessimo un corpo da esseri umani non contava. Come non conta il fatto che il canarino starnazzante che sta qui accanto a me abbia le piume: rimarrà sempre dietro le sbarre.
Eppure, ho sempre pensato alla mia unicità. Dite quello che volete quando vedete il numero che mi hanno tatuato sul braccio, provate pure pietà, dispiacetevi quanto vi pare: a me, quando mi trovavo all’inferno, piaceva. Scandalizzatevi, chiamatemi malato o folle per questo, non m’interessa. Quel numero è unico. Molte persone avranno avuto un tatuaggio simile al mio sul loro avambraccio, ma a nessuno era stato assegnato il mio numero. E questo bastava per dirmi che ero unico. Anche quando desideravo di ammazzarmi gettandomi sul filo spinato. Anche quando erano la diarrea e il freddo a volermi ammazzare. Ero unico. Un puntino nell’universo a cui gettavano il peggior letame addosso, è vero, ma un puntino unico.
Forse, sono sopravvissuto proprio per questo.
Forse, altri sono morti perché non si sentivano nessuno.
Siete liberi di non dar retta alle parole contraddittorie di un vecchio delirante. Basta che non mi compatiate: la compassione è l’ultima cosa di cui ho bisogno. Piuttosto, ho bisogno di scrivere il mio testamento. Oltre a questo, infatti, non ho nulla da dare in eredità a nessuno.
Morirò solo, pazzo e delirante. Ma unico. In compagnia di un canarino fastidioso, certo, ma senza le sbarre di legno marcio che mi sono costruito perché facevo fatica a reggere una penna tra le dita ossute.
Merry Jekyll
(leggi la poesia di Primo Levi a pag. 2…)